Nightguide intervista Tom Barman, frontman dei Taxiwars, dal 30 ottobre in tour in Italia

Nightguide intervista Tom Barman, frontman dei Taxiwars, dal 30 ottobre in tour in Italia

Un groove profondamente impulsivo ed energico che stimola il jazz con i ritmi hip-hop della fine degli anni '80, “Sharp Practice” è tratto dall'album imminente della band 'Artificial Horizon', prodotto alla fine di quest'anno.
Un'intensa collaborazione tra Barman, Tom Barman, front man dei DEUS, il sassofonista Robin Verheyen, il bassista Nicolas Thys e il batterista Antoine Pierre. TaxiWars sono un mix di lirismo, poesia e jazz con intensità rock, una band con una profonda conoscenza della storia della musica jazz, e un amore per il sound dei primi anni sessanta della celebre etichetta Impulse: la musica di Pharaoh Sanders, Archie Shepp e Charles Mingus - piena di battiti, pulsazioni e voglia di uscire dai confini del genere.
I TaxiWars hanno già cavalcato i palchi dei più prestigiosi festival rock e jazz e dei rinomati music club Europa ed ora, a partire dal 30 di Ottobre, arrivano in Italia per 5 date da non perdere.
- 30 Ottobre | Savona @ Raindogshouse
- 31 Ottobre | Terni @ Fat Art Club
- 1 Novembre | Pisa @ Lumiere
- 2 Novembre | Milano @ Santeria / JAZZMI
- 3 Novembre | Rimini @ Life Club / JustFor1Day
Abbiamo avuto il piacere di una lunga chiacchierata telefonica con il frontman Tom Barman, durante un suo ritiro creativo in Portogallo dove era al lavoro sulla sceneggiatura del suo secondo film, e in mezz'ora siamo stati trasportati in un altro pianeta fatto di passione per l'arte e voglia di vivere.

NG. Voglio essere estremamente sincero con te e dirti che, seppur piacendomi, non sono un grande esperto di musica jazz, quindi non ti farò domande tecniche, ma piuttosto vorrei essere portato da te all'interno di questo mondo. Sinceramente quando ho ascoltato il vostro ultimo lavoro sono rimasto affascinato e sorpreso, perché non mi sono trovato di fronte all'idea classica che uno ha del jazz, ma, bensì di fronte a qualcosa di completamente nuovo e originale.
Tom Barman. No, hai ragione. Vedi quando decidemmo di cominciare con questa band, la nostra idea era stata quella di creare un gruppo i cui musicisti fossero al 100% coinvolti ed esperti di musica jazz, ma “cosa avremmo suonato?” non era una domanda a cui davamo molta importanza. Noi non volevamo creare una band che fosse esclusivamente jazz, ma che sapesse capire e veicolare l'energia della musica jazz. Il mio ruolo, sin dall'inizio, doveva essere quello dell'intruso che viene da altri generi. All'interno dei Taxiwars dovevamo sentirci liberi di suonare quello che volevamo, come volevamo infondendoci dentro l'energia del jazz, ed è per questo che la band è composta da questo tipo di musicisti e non da musicisti rock che si divertono a fare qualcosa “jazzy”. In quest'ultimo lavoro abbiamo dato molta importanza alle canzoni spaziando un po' ovunque, anche nel pop e nell'hip hop. Abbiamo subito un'evoluzione creativa in risposta alle nostre esperienza personali e all'interno delle altre band di cui facciamo parte. E il prossimo lavoro, con ogni probabilità, sarà un'evoluzione in risposta di questo. E così via.



NG. Da inesperto quale mi sono dichiarato, devo dire che è proprio quello che si percepisce ascoltando quest'album. Io non vi ho mai visto dal vivo, ma per prepararmi a questa intervista mi sono divertito a guardare qualche video di vostre performance live e quello che traspare, soprattutto dal tuo volto mentre canti, è un senso di assoluto divertimento e di assoluta libertà. È lampante che te la stai godendo al 100% e che non te ne sta fregando un c..o di quello che ti succede intorno. E ahimè non è una cosa che si vede così spesso sul volto dei frontman.

TB. Hai assolutamente ragione. Io mi diverto un sacco ad esibirmi con questa formazione. Percepisco molta meno pressione, molte meno aspettative, è qualcosa di molto più personale e libero, non fosse altro che con i Taxiwars non devo imbracciare e suonare la mia chitarra e quindi mi posso permettere di muovermi di più ed esprimere la mia musica in maniera molto più fisica. In secondo luogo, con i Taxiwars è la musica stessa che ci consente di sentirci più liberi; posso improvvisare e reagire agli stimoli che mi vengono dati dagli altri membri o, a volte dal pubblico. Ci facciamo molto trasportare da quello che stiamo provando in quel momento e a volte si improvvisano nuovi arrangiamenti e nuove versioni a cui poi io mi accodo con la voce improvvisando a mia volta. E questo è decisamente la caratteristica principale della musica jazz.
La tua analisi è perfetta; nelle performance rock tutto è molto più impostato e direzionato, il rock è uno show che per lo più va deciso e impostato prima. All'interno dei dEUS ho un ruolo più multitasking e quindi avverto un peso ed una responsabilità maggiori sulle mie spalle. Inoltre con i Taxiwars non c'è questa urgenza di produrre in continuazione nuovi album e quindi non c'è bisogno di passare un sacco di tempo chiuso in uno studio a registrare ogni anno e mezzo, che non era assolutamente quello che mi immaginavo di fare quando ho iniziato tanti anni fa.

NG. Quello che ho visto nelle tue performance e che mi sta arrivando dalle tue parole è esattamente l'idea che io avevo del jazz, quello vero, quello nero dell'America di tanti anni fa: improvvisazione, libertà, jam session, musicisti sudati e sorridenti, una sorta di musica/esorcismo da suonare in luoghi intimi dove musicisti e band sono un tutt'uno. Al contrario quando mi è capitato di parlare di jazz in altre interviste o in altre situazioni, mi si è palesato un modo di gente impostata e intellettuale che ti fa venire l'ansia anche solo di dire la tua, perché il jazz è quella musica intoccabile da salvaguardare dal pop e dal mainstream.
Ecco in voi ho visto molto di più il potere nero del vero jazz, piuttosto che la versione bianca del jazz intellettuale.

TB. Semplicemente perché noi non siamo intellettuali, Luigi. A noi piace interagire e reagire in maniera molto libera con la musica e questo è un sentimento che lega e accomuna tutti i membri dei Taxiwars. Se dovessi dirti che c'è una progettualità in quello che facciamo, ti potrei dire solo che il nostro intento è proprio quello di prendere ispirazione da qualcosa di poco conosciuto e di non facile commercialità  e portarlo in un contesto più popolare e “easy”. Sin da quando ho cominciato a suonare, sono stato influenzato da tutto quello che negli anni è venuto fuori, dal grunge, alla disco, al jazz. Certo non sono un missionario o un profeta e non ho una presunzione intellettuale che spinge a salvare il mondo.
NG. Quello che percepisco io è che lo fai solo ed esclusivamente perché ti piace farlo e ti da gioia farlo.
TB. Esatto! E c'è anche la volontà di far conoscere il jazz alla gente in un modo diverso. Vogliamo promuovere questo approccio easy per far avvicinare le persone, che come te, sono fuori da questo genere di musica e far capire loro che non mordiamo, che il jazz può essere ascoltato e vissuto in maniera leggera, senza bisogno di essere un grande esperto o esserti letto 50 libri sulla storia del jazz.
NG. Credo che il complimento più grande che vi posso fare è che, per essere una band di “bianchi” che suonano una musica notoriamente “nera”, riuscite a trasmettere tutta la black soul tipica di questo genere di musica.
TB. Oh grazie! Questo è davvero un grande complimento. Come ti ho detto noi cerchiamo di esprimere tutto quello che abbiamo dentro quando ci esibiamo. Vogliamo che ogni parte di noi stessi venga fuori e ci aiuti ad esprimerci al meglio e nella maniera più autentica possibile. Per noi la musica è sempre stato questo: qualcosa di profondamente radicato nella nostra carne e nella nostra anima che esce fuori spontaneamente. Se ci pensi ogni essere umano, quando è piccolo, comincia a canticchiare o emettere musica dalla bocca senza nemmeno mai sentita. La musica fa parte del nostro DNA e il jazz esprime questo nella maniera migliore. Il jazz è nato proprio così, come un genere di musica che doveva partire da dentro per colpire al di fuori e permettere alla musica di ballare anche senza che se ne rendesse conto. Poi è diventato anche qualcosa d'altro passando in locali più raffinati e intellettuali, ma la sua origine è nelle strade, negli scantinati, nei piccoli locali fumosi dove la gente si scatenava quasi in trance.
NG. Quasi come se fosse un esorcismo.
TB. Certo! Tutta la black musica ha una forte componente spirituale e celebrativa, ma al tempo stesso ho un approccio easy e catchy che prende le persone e le fa ballare, divertire e smettere di pensare alle cose che ti pesano durante la giornata.
NG. Sono davvero contento di questo scambio e di essermi scoperto più jazz di quello che credevo.
TB. Si decisamente! (ridiamo).
NG. Ma a questo punto mi sorge spontanea una domanda. Come ti rapporti ai tuoi progetti musicali che sono così diversi e che, a quanto mi hai detto, ti suscitano sensazioni così diverse? C'è un ranking o vanno di pari passo?
TB. Vanno decisamente tutti di pari passo e per me hanno tutti la stessa importanza. Come dico sempre, il più importante è quello sul quale sto lavorando in quel momento. Inoltre i miei progetti musicali, dEUS, Magnus e Taxiwars, sono complementari. Ad esempio arrivo da un lungo tour con i dEUS che consiste in una carovana di oltre 40 persone che viaggiano insieme da una città all'altra per oltre 45 date, come se fosse una grande macchina sempre in movimento. E adesso ho cominciato questo tour con i Taxiwars per il quale viaggiamo solo noi in un piccolo van, esibendoci in piccoli locale con poco pubblico in un atmosfera molto più intima e coinvolgente. Per me un progetto non potrebbe esistere senza l'altro, perché alternare queste due anime mi consente di essere continuamente stimolato da cose nuove e mi consente di riposarmi e staccare da un progetto mente porto avanti l'altro.
NG. Per tradurla in un'immagine che mi è saltata in mente mentre parlavi di big e small machine, possiamo dire che apprezzi molto di più una Ferrari se ogni tanto l'alterni con una vecchia 500.
TB. Ahahahahhah! Questa è davvero buona e rende perfettamente quello che intendevo. E la cosa divertente sai qual è?
NG. Racconta!
TB. Prima di andare in Portogallo per lavorare al mio secondo filme, sono venuto in Italia proprio per comprare una vecchia Fiat 500 del 1961 e l'ho guidata da solo da Roma fino ad Anversa per portarmela a casa personalmente e godermi il viaggio. Quindi la tua metafora non poteva essere più azzeccata!
NG. È vero che poi tu hai scritto anche la sceneggiatura per un film e ora stai lavorando al tuo secondo lungometraccio. Come nasce questa passione?
TB. In realtà questa sarebbe la mia prima passione fin da quando avevo 15 anni. Io all'inizio avrei voluto fare questo come lavoro. Frequentavo una scuola di cinema che non ho mai finito perché la mia band ha cominciato ad avere successo e così la musica ha preso il sopravvento senza che l'avessi messo in conto.
Essere diventato famoso come musicista però mi ha dato la possibilità di lavorare al mio primo film nel 2002, quando mi sono detto “se non lo fai ora non lo farai mai più”. Inoltre lavoro sempre sui miei video e questo mi consente di portare avanti anche la mia passione per il cinema. E da anni sto lavorando a questo secondo film che dovrebbe essere vicino alla sua realizzazione. Inoltre quando lavoro ai miei film, oltre a scrivere la sceneggiatura, posso dedicarmi anche alle musiche e alla colonna sonora. È bellissimo poter unire tutte le mie passioni in maniera complementare e allargare i miei orizzonti, sperimentare e, fondamentalmente, fare tutto quello che mi piace.
La musica è stato decisamente il miglior incidente di percorso che poteva succedere sul mio percorso di vita.

NG. Sei davvero una macchina da guerra inesauribile. Non sembra possibile immaginarsi come si possa organizzare il tempo per portare avanti così tante cose contemporaneamente.
TB. È un duro lavoro ma qualcuno lo deve fare e mi sta uccidendo! Ahahahahahha....nono scherzo! Mi diverto tantissimo e non smetterei mai. Certo, ci sono i momenti in cui ti senti stanco, ma mi ritengo così fortunato a poter fare quello che faccio, che ogni mio progetto mi ricarica e mi da la forza per andare avanti e finchè mi diverto a farlo non mi fermerò mai.
NG. Hai il tempo per goderti quello che fai? E soprattutto sei soddisfatto di quello che fai o una volta finita una cosa passi subito a qualcos altro?
TB. Vedi, Luigi, il punto non è se sono soddisfatto del singolo progetto o se me lo godo. Io vedo il tutto nel quadro generale della mia vita. Ogni progetto fa parte della mia vita. E come ben sai la vita è corta e io voglio fare tutto quello che è in mio potere fare per renderla degna di essere stata vissuta. Se qualcosa che ho fatto è piaciuta, sono contento; se qualcosa va male, si impara e si va avanti. Non potrei che essere sempre soddisfatto di fare quello che faccio, ma non la chiamerei nemmeno soddisfazione. Sai, a me piacciono le cose complicate, che ti fanno soffrire un po' nel realizzarle; quindi quando le termino e vanno a buon fine quello che provo non è tanto un senso di soddisfazione, ma la chiamerei, più che altro, pace interiore.
NG. Hai reso perfettamente l'idea. Fai quello che fai non per salire su un podio, ma per dare valore alla tua vita. È una cosa bellissima.
TB. Qualsiasi sia il motivo che ti spinge, bisogna sempre dare valore ad ogni momento che trascorriamo su questa terra.
NG. Ti faccio l'ultima domanda, che è una cosa che mi diverto a chiedere a tutti. Pensando a tutto il percorso che ti ha portato fin qua, quali sono i 3 album che ti hanno ispirato di più e che non potrebbero mai mancare nella tua collezione?
TB. Troubadour by JJ Cale; Eternal Now by Don Cherry, che tra l'altro ho perso davvero durante l'ultimo viaggio e devo comprarlo assolutamente di nuovo; How I Got Over by The Roots.

Intervista a cura di Luigi Rizzo.
 

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