Nightguide intervista Alexis Marshall, leader e voce della rock band Daughters

Nightguide intervista Alexis Marshall, leader e voce della rock band Daughters

Approcciarsi ad un band come i Daughters, non è stato facile come altre interviste. In primis avere un'intervista in esclusiva per l'Italia mette sempre una certa ansia; poi mettete che il loro quarto, fantastico album - “You Won't Get What You Want” - è uscito un anno fa (è stato il loro debutto con Ipecac Recordings) e nel frattempo, in giro per il mondo, sono stati intervistati da riviste come Consequence of Sound, RollingStone USA, Pitchfork e quindi l'ansia da prestazione aumenta ancora di più.
Allora che fai? Ti documenti, studi, leggi, ascolti e pensi che le cose miglioreranno. NO!
Le cose si complicano, Alexis Marshall, voce e leader del quartetto di Rhode Island, è un personaggio complesso, carismatico, sfuggente. Odia le definizioni (come me), odio gli stereotipi, odia le domande banali e odia fare le cose tanto per farle. Ha anche sciolto la sua band nel 2010 per non fare le cose tanto per farle.
Questa band esiste da 17 anni durante i quali ha prodotto solo 4 album attraverso i quali è scivolata in maniera liquida attraverso tantissime sfumature del rock più alternativo, quasi a voler abituare i suoi fan a non abituarsi. MAI!
In effetti, il modo migliore per descrivere la filosofia e il suono del quartetto è semplicemente: il rock'n'roll.
 
"I've always felt we decide what a Daughters record is,” Alexis states. “It's not a sound or an aesthetic. Daughters is the name of our group and, we will do whatever we want to do with it.”
- Alexis Marshall -
 
"Abbiamo cambiato il nostro suono da un disco all'altro dall'inizio. Abbiamo sempre avuto un interesse e un gusto molto ampi per la musica in tutto lo spettro. Siamo una rock band nel cuore, aspettatevi di non aspettarvi nulla "
- Nick Sadler -
 
Sono queste le volte che ringrazi di fare questo lavoro che ti consente di incrociare il tuo cammino con quello di queste anime resilienti (mi permetto di citare il mio idolo, Paula Maugeri).
I Daughters saranno live in Italia venerdì 18 Ottobre al Locomotiv Club di Bologna per un'unica imperdibile data organizzata da Radar Concerti. 
Tutte le info: http://www.locomotivclub.it/event/daughters/

 

Daughters "Less Sex"


 
NG. Parliamo del vostro ultimo album, “You won't get what you want”. E' uscito un anno fa: tiriamo le somme di questi 12 mesi, come è stato accolto da pubblico e critica? Cosa ne pensi?
Alexis Marshall. Non è andata male: solitamente non riceviamo molti complimenti, quindi siamo sorpresi. E' piaciuto davvero a molti, e ne sono davvero grato. Lo apprezzo. Voglio dire, è meglio di come mi aspettassi, è molto bello.

 
NG. Ho letto qualcosa in proposito su internet, e non riuscivo a trovare una critica che fosse negativa nella stampa internazionale.
AM. Oh, sono sicuro che ce ne siano.
 
NG. Si, ma io non ne ho trovate
AM. Oh, allora bene. (ride)
 
NG. Voglio essere onesto, al di fuori dell'intervista: ero davvero curioso di parlarti come una persona normale, perché questo disco mi ha davvero impressionato. Voglio iniziare dal titolo: “You won't get what you want”. Suona davvero pessimista in un certo senso, ma da ciò che ho letto sul vostro sito e in altre interviste non mi sembri una persona che rinuncia a ciò che vuole.
AM. (ride) Si, il titolo è più una decorazione, credo. La gente aspettava il disco da un pezzo, sono passati quasi 10 anni. Le persone hanno aspettative, quindi abbiamo pensato che vedendo il titolo avrebbero semplicemente ascoltato il disco senza pensare che avrebbe dovuto essere in un certo modo o in un altro, che sarebbe stato come gli altri dischi...quindi speravamo di usare il titolo in questo modo. Lo stiamo facendo per noi, non ci facciamo molti problemi su cosa vuole la gente, e non credo che nessuno voglia creare musica, o fare niente in generale, senza davvero volerlo. Fare ciò che non vuoi è terribile, e sicuramente non vogliamo fare dischi perché dobbiamo farlo per sopravvivere, ma perché amiamo farlo e siamo felici dei risultati.
 
NG. Siete passati da molti periodi in cui sarebbe stato più facile mollare, invece avete fatto il contrario: siete andati avanti spingendovi oltre.
AM. Certo, mollare è sempre più facile (ride), tutto nella vita prende tempo ed è stancante, e non ci sono garanzie che riuscirai a farlo a lungo. Potremmo dover smettere in qualsiasi momento, e vogliamo fare qualcosa che ci renda fieri nel tempo che abbiamo a disposizione. Non vogliamo fare cose senza senso e perdere tempo, anche se non è facile.
 
NG. Ascoltando le vostre canzoni, si ritrovano parecchi stati mentali che rimandano ad ansia e paranoia, e una specie di violenza interna che caratterizza i vostri pezzi che sembra predominante nella maggior parte del disco, e alla fine dei pezzi non sembra esserci spazio per un finale positivo. E' così davvero o è più come esorcizzare un incubo, è ciò che pensate o ciò che non volete succeda?
AM. Non saprei, credo ci sia molta tragedia in ciò che scrivo, in situazioni difficili spesso dubiti di te stesso, per quanto voglia divertirmi e ridere, ma non credo che impariamo mai da noi stessi tanto quanto quando i tempi sono difficili. Poi nel disco c'è anche “Ocean Song”, che non è così pessimista.
 
NG. Si in effetti “Ocean Song”, quando ascolti il disco, arriva un po' come una pausa di tranquillità.
AM. Spesso ciò che scrivo non è ciò che sarebbe meglio per il personaggio, ma è ciò che suona bene e che sembra giusto.
 
NG. Il mio processo per fare un'intervista funziona così: leggo i testi senza la musica, poi ascolto. Ora però devo dirti che la tua voce è molto tranquilla e da calma, ma quando canti, è tutta un'altra storia!
AM(ride) Si, volevo dare l'idea di ciò che cantavo, rendere l'idea di una reazione.
 
NG. Mi piace sempre quando parlo con qualcuno che ha molti strati, non scontato. E' un complimento, sei una persona molto complicata.
AM. Oh, grazie. Ci provo, sai (ride).
 
NG. Ho trovato un altro tema ricorrente in questo disco, e anche in canzoni più vecchie: quello di tornare a casa e sentirsi fuori posto. Tu stesso hai detto che questi pezzi sono molto personali: questo tema ti riguarda o no?
AM. Credo che chi scrive canzoni ci metta sempre parti di se stesso, quindi...si, non sono Paul, non è me. “Ocean song” non parla di me, ma ci sono situazioni simili, cose di cui sentivo il bisogno di scrivere o che mi veniva più semplice scrivere. E' una trappola, credo: voglio sentirmi meglio, ma senza usare pezzi di me stesso.
 
NG. A volte è inconscio.
AM. Si, assolutamente. Cerco di rendermene sempre conto, e quando ci riesco cerco di cambiare direzione, ma credo sia normale per chiunque faccia qualcosa. Abbiamo un sacco di opinioni basate sull'esperienza personale che rendono difficile essere empatici con le altre persone, o cercare di relazionarsi.
 
NG. Quando fai ogni tipo di arte è impossibile non metterci se stessi, non sarebbe arte.
AM. Giusto.
 
NG. Credo ci siano anche problemi di tipo sociale in pezzi come “Satan in the wait”, pare che parli più della società che di cose personali, o mi sbaglio?
AM. Non sta a me dirtelo: sei tu che ascolti e tu che decidi di che parla, scrivo con un'intenzione di solito, e la cosa bella della musica o dell'arte in genere è che è aperta a interpretazioni diverse, ed è così che riusciamo a farla nostra e connetterci. A volte c'è chi mi scrive che un nostro disco l'ha aiutato in un momento difficile, e per me è un disco, sono canzoni che ho scritto, a volte mi sembrano quasi ridicole, ma questo la dice lunga sull'arte e su come ci relazioniamo con essa, e sul fatto che ci aiuti a processare il mondo in cui viviamo, anche in modi diversi da chi l'ha creata. Cerco di non dire alle persone cosa dovrebbero provare con le nostre canzoni, ma in generale cerco di non parlare di politica nelle canzoni, perché la musica arriva a tanti e non mi sento a mio agio a parlare per tutti...è parte della musica, ma la politica è terribile, e frustrante, e riesce a fare anche cose grandiose, certo, ma a volte ho bisogno di prendermi spazio lontano da essa. A volte mi capita di pensare “Cristo, questa roba è assurda” e ci scrivo qualcosa sopra per sfogarmi, e magari per far sfogare anche gli altri...anche se non so se chi ci ascolta troverà possibile sfogarsi coi nostri dischi (ride).
 
NG. Tu scrivi pezzi come uno “stream of consciousness” e lasci tutti liberi di interpretarli come vogliono, quindi?
AM. Non credo sia necessariamente così. A volte si. Diciamo che racconto una storia, creo personaggi con i loro motivi, famiglie, un mondo in cui vivono che esiste nella mia testa e che butto su carta.
 
NG. Parlando della band, una cosa che mi piace fare è leggere come i critici definiscono il genere musicale che fanno. Sui Daughters ho trovato circa 20 aggettivi, sembra che non sia facile definire cosa fate, e hai detto che sei felice di cambiare ciò che fate da un disco all'altro. Non capisco come mai sia così necessario etichettare tutto, quindi credo che sarebbe più facile restare di mente aperta.
AM. Credo sia confortante etichettare le cose per le persone: “si, questo va nella colonna A”, oppure “Se ti piace questo, ti piacerà anche questo”. E' più facile, ma non credo sia utile quando si parla di musica. Sono felice che siamo una band che obbliga le persone ad ascoltarci per poter decidere cosa siamo, credo sia positivo per noi il fatto di non essere facilmente incasellabili da nessuna parte, e forza le persone a porre attenzione e ascoltare.
 
NG. Non sono un musicista, ma credo che quando cadi nella trappola che ti spinge a comporre per far felice la gente metti a rischio il tuo stesso piacere di fare musica, perché credo sia qualcosa che rischi di capitare senza accorgersene.
AM. Credo che cercare certezze sia umano. E' carino essere una band punk che fa canzoni punk, perché è ciò che fa tutti felici ed è quello che dovresti fare. Ma credo che questo ti attacchi addosso un'uniforme e ti obblighi a fare certe cose, e non mi interessa. Non faccio ciò che faccio per far contento qualcuno o perché mi piace una certa cosa: voglio solo esistere, non promuovere qualcosa, essere portato a esempio o far felici tutti. Sembra un modo terribile di vivere, tragico. Spendere la vita così e poi morire non ha senso.
 
NG. Se potessi scegliere una canzone da ogni disco per narrare la tua vita quali sarebbero? E se vuoi puoi dirmi come mai.
AM. Non saprei, il primo disco... eravamo giovani e stupidi, e abbiamo buttato fuori le tracce senza davvero pensare a dove stavamo andando o dove volevamo arrivare. C'è una canzone che parla di un mio buon amico, ha un nome stupido ed è imbarazzante, e non ne voglio davvero parlare, ma era davvero un buon amico e il tempo speso con lui è stato davvero importante. Eravamo e siamo ancora molto uniti. Poi c'è “Hell Songs” dal quale prenderei Spelled Wrong, non so. Non vorrei decidere una canzone da quel disco (ride). Ci sono state situazioni pessime, e...oddio, ho mandato a puttane un bel pezzo della mia vita, e non mi sento affatto connesso a quelle canzoni di quel periodo, o alla persona che ero. Nel terzo album, “Daughters”, c'è una canzone, "The Unattractive, Portable Head", che parla anche di mio padre, e di come ora mi ci rifletta, anche se allora non me ne rendevo conto. Mi è servita a processare tutto, è morto un paio di anni fa...le nostre somiglianze, la rabbia...credo sia normale. E dal nuovo disco...non so se ho scritto qualcosa che parla davvero di me...forse “City song”, cosa facciamo qui, se è davvero importante.
 
NG. Scusa, era una domanda davvero difficile!
AM. (ride) anche perché non ascolto mai i nostri dischi!
 
NG. Mi è venuto in mente adesso: volevo chiederti un'altra cosa ma dopo questa bella chiacchierata mi sembra una cosa troppo scontata e ho voluto cambiare domanda.
AM. Preferisco le interviste così: non mi piacciono quelle preparate, quelle spontanee fanno sempre uscire qualcosa di bello. Se c'è conversazione e personalità è più interessante. Leggere o rispondere sempre allo stesso modo alle stesse domande è devastante.
 
NG. C'è sempre qualcosa che devo chiedere, ma in questo caso il disco è uscito un anno fa, e ho preferito spendere tempo su internet e leggermi 10/15 interviste cercando di evitare le stesse domande. Mi sarebbe sembrato davvero stupido chiederti per la milionesima volta il perché avete preso una pausa 10 anni fa. Probabilmente ti sarai rotto le palle che te lo chiedano.
AM. (ride) lo apprezzo.
 
NG. Altre due domande difficili, le faccio sempre a tutti e sono davvero delle mie personali curiosità: cosa significa per te la musica con la M maiuscola in tre parole, se la dovessi definire?
AM. Oh, merda. Non so se ci riesco. Vorrei dire che è motivazione, ma a volte sento qualcosa che mi devasta e ho voglia di...credo che la parola giusta sia commovente, ecco, la seconda credo che sia lavoro...è il mio lavoro, mi alzo la mattina, ci penso, mi ci dedico e lo amo, e la terza parola...stancante.
 
NG. E l'ultima: quali sono, pensando al tuo passato da ragazzino, i tre album che non potresti mai non avere nella tua collezione?
AM. Oh, merda!
 
NG. SI, è difficile, lo dicono tutti.
AM. Dicono tutti merda? (ride). Forse...ok. Dammi un momento. Direi dei Birthday party, un disco live che si chiama Live 1981-1982 ha fatto nascere in me l'amore per i dischi dal vivo, coi feedback, la gente che urla, le parole un po' diverse...è un esperienza, non solo un disco. Forse poi...direi il terzo dei Portishead, Third. Sono spariti per un po', e tornarono con questo disco incredibile, è una band che non credevo potesse dare di più di ciò che aveva già dato. Credevo fossero finiti, e uscirono con questo. E poi...Scott Walker, Drift. Era brillante, e carismatico, e affascinante e davvero non gli interessava far felice nessuno. Era questo strano crooner dal profondo dell'inferno, mi ha scioccato la prima volta che l'ho sentot. Magnifico e incredibile.
 
Intervista a cura di Luigi Rizzo.
 
 

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