Nightguide intervista Rosario Di Rosa

Nightguide intervista Rosario Di Rosa

I Rosario Di Rosa Basic Phonetics hanno presentato un nuovo lavoro, Crossroad Blues, alla fine di Febbraio: la band, capitanata da Rosario Di Rosa, ha creato un concept album sulla creazione stessa, basandosi su quelle che alcuni hanno definito "personalità disburbate": si parla così di Van Gogh, Syd Barrett o Thelonious Monk e della "follia" che ha connotato le loro opere. Noi abbiamo parlato di tutto questo con Rosario Di Rosa.





Fai jazz ed elettronica, ma Crossroad Blues rimanda alla leggenda di Robert Johnson: da quale gomitolo di influenze esce la tua musica?
Da sempre considero la musica un mezzo di espressione senza confini né limiti. Il mio imprinting iniziale è stato prettamente jazzistico, solo in un secondo tempo ho avuto modo di studiare musica classica e musica elettronica. La mia fortuna è stata l'aver avuto grandi insegnanti, non solo dal punto di vista della preparazione professionale ma soprattutto da quello dell'apertura mentale. Pertanto “Crossroad Blues” in questo momento rappresenta l'apice di un percorso che nel tempo ha condensato e sintetizzato vari interessi legati al mondo del produrre qualcosa di creativo nel senso più ampio. Credo sia un ulteriore passo avanti nel tentativo di definizione di un linguaggio personale che prescinda esclusivamente dall'aspetto strumentale.


Questo disco è il seguito ideale del tuo primo lavoro, Un cielo pieno di nuvole: ci racconti qualcosa sulla creazione dei pezzi?
“Un Cielo Pieno Di Nuvole” non è il mio primo lavoro discografico. E' però la prima pubblicazione interamente di musica elettronica realizzata col preciso scopo di creare una sorta di “prequel” per “Crossroad Blues” che successivamente ne svilupperà i contenuti. Mi piaceva l'idea di realizzare delle “superfici sonore” che fungessero da quinte teatrali per qualcosa di più ampio. E' l'inquadratura dall'alto che precede il racconto nel film. La maggior parte dei brani contenute nell'EP non sono altro che improvvisazioni con dei sintetizzatori analogici, mi interessava molto recuperare quelle sonorità.


Sappiamo che si tratta di un concept decisamente intimistico, quasi psicologico a tratti: cosa unisce tutti i pezzi, qual è il filo conduttore fra le canzoni?
Il concept è nato da un'unica riflessione, ovvero come sia possibile che certe figure emblematiche (penso a Thelonious Monk, Syd Barrett, Vincent Van Gogh, Carlo Gesualdo) abbiano condotto un'esistenza da “disadattati” (così come definita dalle persone “normali”) e allo stesso tempo abbiano creato opere di così alto rigore logico e uniche nel loro genere. La risposta a tutto ciò si innesta al mio recente interesse, cominciato da qualche anno a questa parte, per certe tecniche usate in psicoterapia con cui anche i piccoli traumi possono essere “risolti” e dunque trasferiti dalla parte irrazionale a quella razionale del cervello. Chi possiede la sensibilità necessaria per realizzare qualcosa di creativo spesso compie questo trasferimento in maniera involontaria. Così ho provato a “psicanalizzarmi” concependo l'intero lavoro come una seduta di psicoterapia, un racconto che va dipanandosi gradualmente fino a una “semplificazione” del materiale sonoro in un'unica melodia finale, il tema di “Dusk”, a firma di un visionario come Andrew Hill.


Ti sei ispirato a figure controverse e interessanti di arte e musica: da thelonious monk a van gogh, quasi come se la “follia” attribuita a queste menti fosse quello che le ha rese speciali. Quanto c'è di vero in questo secondo te, e sbaglio se penso a The dark side of the moon?
Salvador Dalì diceva:” la differenza tra me e un pazzo è che io non sono pazzo”. Non ho mai creduto che la grandezza di questi grandi geni sia soltanto frutto della loro “follia”. Semmai in alcuni casi, come ad esempio per Van Gogh, la follia è quella di tutti gli altri che non lo hanno compreso. Indubbiamente però nella storia dell'Arte (compresa la musica) sono numerosissimi gli esempi di quegli artisti che hanno dimostrato come spesso il “guardarsi dentro” fosse una delle condizioni principali per trovare una propria voce, una propria unicità. Penso sia questo il concetto principale. Per tale ragione le figure che hai citato rappresentano soltanto un punto di partenza, “Crossroad Blues” non è altro che un compendio ideale di esperienze personali segnanti che tentano di diventare qualcosa che abbia a che fare con la bellezza. Tale concept non pretende di essere originale (nel caso dei Pink Floyd penserei più a “The Wall”, “The Dark Side Of The Moon” era più incentrato sui condizionamenti esterni come il denaro o il tempo) ma credo possa essere originale il modo in cui è stato sviluppato e ideato.


C'è un tour in arrivo, suonerai questo disco dal vivo? E dove?
Il tour con “Basic Phonetics” è in via di definizione, anche perchè il disco è appena uscito e al giorno d'oggi spesso sono gli stessi musicisti che devono occuparsi di trovare le date. Abbiamo alcuni concerti a maggio, il resto arriverà strada facendo.


La domanda che tutti odiano: quali sono i tuoi tre dischi preferiti in assoluto?
Credo sia la domanda più odiata perché avrà sempre una risposta che non potrà mai essere esaustiva. Però ci provo: “Dressed To Kill” dei Kiss, “In Rainbow” dei Radiohead, “An Index Of Metals” di Fausto Romitelli.


Hai qualche consiglio per chi inizia a suonare adesso?
Da tempo circola in rete un pensiero di Henry Threadgill sul grande equivoco della tradizione, in particolare quella del jazz. Per quello che il più delle volte ascolto in giro, molti musicisti si concentrano quasi esclusivamente sull'aspetto strumentale, su quello tecnico e muscolare tralasciando molto spesso quello della “loro” contemporaneità, ovvero l'ambito di ricerca di idee musicali proprie che diventa ponte di collegamento verso linguaggi musicali realmente differenzianti. Mancano (non in toto, sia chiaro) le “visioni”, manca la “follia” che porta a firmare gli orinatoi. Bisognerebbe colmare questo aspetto, Alessandro Bergonzoni parla a tal proposito di bisogno di vastità. Non vuole essere un consiglio, preferisco pensarlo più come un invito.

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