NIGHTGUIDE INTERVISTA CIMINI

NIGHTGUIDE INTERVISTA CIMINI

Federico Cimini, meglio noto esclusivamente come Cimini, è un cantautore cosentino di adozione bolognese che inizia la sua carriera nel 2010 con l'ep autoprodotto “Non trovo i miei calzini” seguito nel 2013 da un concept album dal titolo “L'importanza di chiamarsi Michele.
Dopo due anni di pausa, torna nel 2017 con il singolo “La legge di Murphy”, accompagnato da una campagna virale a cui partecipano alcuni dei volti più noti del panorama indipendente nostrano, contenuto nell'album “Ancora Meglio” prodotto da Garrincha Dischi e uscito nel marzo del 2018. All'album è seguito un lungo tour per tutto lo stivale che ha portato Cimini alla ribalta nella musica indipendente italiana.
Lo abbiamo intervistato alla fine del suo “Tokio Tour”, nome preso dal suo ultimo singolo uscito nell'ottobre del 2018, e, tra una chiacchiera e l'altra, ci ha raccontato di quanto sia cresciuto in questo periodo, dei suoi sogni e delle sue aspettative per il futuro.


L. Facciamo un'intervista al contrario! Di solito si fanno le interviste di promozione, noi invece facciamo il resoconto dell'anno! Hai concluso il tuo tour da poco, com'è andato?
C. Questo tour è andato bene, sia dal punto di vista generale perché è un tour iniziato il 9 marzo e partito dal Locomotive di Bologna, ha avuto una fase estiva per poi chiudersi con l'ultima fase autunnale/invernale, ed è stato un continuo crescere, mi ha regalato tante soddisfazioni, un sacco di emozioni ed esperienze nuove, emozioni forti soprattutto, e mi è servito perché sono cresciuto anche io. Penso sia stato un percorso di crescita personale oltre che “popolare”, diciamo così. Ma la popolarità non è quello che ricerco, la crescita personale è stata invece fondamentale, il pubblico è stato un ottimo insegnante.


L. Quando sei arrivato alla fine del tour e hai avuto un attimo di respiro, la prima cosa che ti sei accorto che era cambiata dentro di te qual è stata?
C. Non so cos'è cambiato dentro di me, forse la consapevolezza, forse ho capito che stavo nei binari giusti. Mi è venuta subito voglia di chiudermi e scrivere un disco nuovo. Prima per scrivere le canzoni avevo bisogno di un'ispirazione che non so da dove venisse invece ora l'ispirazione mi viene dalla voglia di fare, la voglia di continuare perché c'è stato uno scambio. Quando ho scritto questo disco avevo bisogno di affetto e quando ho visto che questo affetto è stato ricambiato allora voglio approfittare del futuro e continuare a sfogarmi così, con il pubblico incolume che poverino si è vissuto tutte le mie disperazioni (ride).


L. Ma infatti più che la stesura di un album è stata una seduta di gruppo.
C. È stato proprio un processo in cui ho sfogato e vomitato in faccia delle cose che avevo dentro, ne ho approfittato ma è bello quando succedono queste cose. Ma poi in realtà con le canzoni che ho proposto nell'ultimo periodo, più che uno sfogo si è creata una condivisione perché mi sono accorto involontariamente che quello che era il messaggio di sfogo che volevo dare al pubblico in realtà è stato recepito dal pubblico che si è immedesimato e ha detto “oh cazzo, sai che anche a me succede questo?” e quindi ho condiviso con altre persone forse un disagio generazionale, forse alcuni pensieri che venivano da quelli come me e che arrivavano a tutti quanti. Per fortuna è stata anche una presa di coscienza.


L. Ho letto che sei arrivato a Bologna come studente fuori sede, che cosa studiavi?
C. Questa cosa fa sempre ridere! Io studiavo CTF, Chimica e Tecnologie Farmaceutiche, e non ci ha mai creduto nessuno che lo facessi e facevano bene a non crederci! È durato un anno e mezzo, dopo di che mi sono messo a studiare al DAMS, e qui si spiegano un sacco di altre cose! La mia carriera universitaria è stata lunga e minuziosa, è stata proprio centellinata.Diciamo che non sono stato un buono studente, mi sono appassionato all'Università quando ho capito che effettivamente trattava argomenti che mi interessavano. È un po' un rammarico che ho, ma mi sono divertito un sacco, in compenso!


L. Siccome anche io ho studiato a Bologna e dopo tanto tempo ci sono ritornato a lavorare, capisco il fascino della città. Quando arrivasti da calabrese che cosa ti ha stregato di Bologna?
C. A me ha preso il fatto che ci fossero così tante cose da fare in una città grande è piccola allo stesso tempo. Forse è un luogo comune, ma da allora non mi sono mai fermato. Il primo anno è stato difficoltoso, perché essere un calabrese fuori sede mi caricava di un sacco di ingenuità, ma dal secondo anno in poi ho iniziato a muovermi e ho scoperto la musica dei locali i piccoli che facevano la musica, quella vera. Uscivo quasi tutte le sere, era una continua scoperta, anche d'inverno col freddo, poi tornavo a casa, mi chiudevo in camera e scrivevo.


L. Bologna è una puttana che sa vendere benissimo le proprie carte. Ha mille angoli dove tu puoi nasconderti.
C. Ne parlavo con un amico tempo fa, spesso a Bologna incontri le stesse facce ma non è la città che è troppo piccola, è solo che quelle persone condividono il tuo stesso target di riferimento.


L. A proposito di cambiamenti, questa fetta di pane ha smesso di cadere dal lato della marmellata?
C. In realtà no, perché la mia vita è sempre permeata dalla legge di Murphy però io vado e mi rialzo e sono felice così. È giusto sporcarsi le mani, il tavolo, il pavimento, ma poi si pulisce e si va avanti. Bisogna saperci convivere, in quella canzone accetto con consapevolezza che nella vita ci sono delle sfighe, ma devi essere tu a rialzarti.


L. Posso dire che questo è un lato un po' calabrese?
C. Lo puoi dire ma non lo capisco!


L. Mi spiego meglio, dato che anche io provengo dal sud: ci sono dei meridionali che sono combattivi, altri piagnoni, mentre i calabresi non si piangono addosso e non fanno i Don Chisciotte.
C. Tra i calabresi c'è sempre la consapevolezza del fatto che qualcosa possa andare male, ti porta alla convivenza con quello che non va e raramente si vedono esempi di gente che vuole cambiare quello che c'è intorno e spesso queste persone non vengono appoggiate. Riuscire a convivere con quello che non va nasconde in se tanto forza. Anche se è la forza di accettare, ma quello non basta.


L. Per il 2019 cosa hai in serbo?
C. Onestamente non lo so, ma da quando ho iniziato questo nuovo percorso della mia vita ho voglia di continuare, così scrivo e proporrò a tempo debito.


L. Hai mai pensato di scrivere per altri?
C. Faccio parte di Garrincha, che è una famiglia non un'etichetta a se stante, per cui mi capita spesso di essere interpellato quando ci sono altri gruppi che provano o che registrano. È una cosa che mi piace sempre di più ma non ho ancora scritto una canzone mia per darla a qualcuno, ma quando sarò pronto lo farò e spero di esserne capace. Scrivere una canzone, staccarsene e darla a qualcuno penso sia difficile. Non so come si può fare, quando scrivo qualcosa ci metto sempre un po' di mio. Anche quando correggo il testo di un altro, essendo qualcosa di mio, sono sempre un po' geloso!


L. Tempo fa ho rivisto l'intervista di un critico musicale che parlava di case e discografiche e talent che hanno ucciso il cantautorato, proponendo musica fast food. Cosa ne pensi?
C. Si sbaglia perché si indirizza verso un determinato punto del mercato discografico, più mainstream e generalista che ormai non esiste più come ambizione, si può diventare famosi anche attraverso altre vite è una di queste è il mondo indipendente che al momento sta avendo dei frutti assurdi. Lo Stato Sociale è arrivato secondo a Sanremo, Calcutta ha riempito l'Arena di Verona. Certi intellettuali si indirizzano verso una categoria in cui loro sono abituati a stare, ma ci sono delle cose che partono dal basso e ora come ora non possono essere tralasciate.


L. Io non mi ricordo un periodo così florido per la musica rispetto a questo. Adesso si usa molta la parola indie, in verità ci sono molte più sfumature. Adesso viviamo un periodo caleidoscopico in cui una moltitudine di realtà stanno venendo fuori con i generi più disparati. Per esempio ho ascoltato La Rappresentante di Lista e sono rimasto folgorato.
C. La Rappresentante di Lista è un gruppo che spacca i culi! Hanno saputo introdurre la teatralità nel pop!
È tutto materiale che nasce davvero dal basso. Io non seguo molto i talent, ho seguito XFactor perché c'è stato Lodo come giudice e il mio pensiero sui talent non è troppo positivo, ma sono diventati uno specchio della società. Nascondono però quella forma di gioco per cui dietro però ci sono costruzioni che non hanno propriamente a che fare con la musica e che il pubblico dovrebbe capire. Non è quella la vera “musica”.
Ci sono varie sfumature del mondo musicale ed è giusto conoscerle tutte.


L. Hai mai pensato di fare featuring con qualcuno della famiglia Garrincha o altri artisti?
C. Tutta la mia produzione è nata sotto l'egida di Chicco e Carota degli Stato Sociale, tutti i miei testi li ho revisionati con Lodo e tutta la band mi è stata molto vicina. Come voce c'era una mezza idea di cantare A14 con Carota, che poi è andata scemando, però mi piacerebbe. Sto scrivendo qualcosa con altre voci, femminili, ma non ho ancora preso contatti con nessuno.


L. Se ti dovessero dare la possibilità di scegliere la location dei tuoi sogni?
C. Ho sempre voluto sognare in posti come il Locomotive, e ci ho suonato. Ovviamente ci sono luoghi come i palazzetti e gli stadi che rimangono sogni ma ora come ora vorrei suonare sulla spiaggia di San Lucido, il mio paesino in Calabria, con il mare alle spalle. Sarebbe bellissimo ed è una cosa mia che ho dentro.


L. Chiudo con le ultime due domande che faccio a tutti gli artisti che intervisto. La prima: cos'è in questo momento per voi la musica in tre parole? Può essere una frase, o tre nomi, tre aggettivi..
C. Intimità, pace e figa, si può dire?!?


L. L'ultima domanda invece: i tre album che mai potrebbero mancare nella tua collezione e ricompreresti se venissero persi.
C. Rimmel di De Gregori perché quello che scrive lui non lo scriverà mai nessuno; nel cuore ho Buon Compleanno Elvis di Ligabue, La voce del Padrone di Battiato. Ma è una domanda stronza perché c'è ne sono tanti: Rino Gaetano, Dalla, Vasco, Calcutta, Lo Stato Sociale, Brunori. Ci sono artisti che hanno dato tanto in passato e artisti che lo stanno facendo ora. Il mio sogno è proprio quello di avere un riconoscimento di merito, vorrei essere ricordato per quello che ho fatto.


L. Certo a volte però avere riconoscimenti del genere rappresenta un po' una trappola, a volte ti porta a essere schiavo del proprio successo e a vivere con la consapevolezza che non si potrà  arrivare a duplicare un'opera che ha raggiunto l'apice. È come Zenigata che dopo aver preso Lupin si dice “e ora che cazzo faccio?”
C. Dipende sempre da come te la vivi, ma devi capire quando fermarti. Lucio Battisti ha accusato il colpo e si è fermato, così anche Mina. Stimo queste persone qui che da un momento all'altro hanno detto “Io sono arrivato fin qui, sto bene così, vaffanculo, mi chiudo e divento una leggenda!

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